lunedì 2 settembre 2013

DOCUMENTARE L'IRREALE




"Searching for Sugar Man" di Malick Bendjelloul - U.S.A. 2012


Negli ultimi anni il cinema ha visto una crescente maturazione, proliferazione e distribuzione di uno dei generi meno appetibili per il grande pubblico in sala. Il documentario, paradossalmente, sta fornendo gli spunti più interessanti e informalmente espressivi nel panorama cinematografico contemporaneo, e non a caso persino una mostra del cinema storicamente tradizionale come quella di Venezia presenta quest'anno ben 21 titoli nelle varie sezioni.
L'ultimo Oscar ha premiato come miglior documentario il film meno verosimile e più paradossale che mi ricordi degli ultimi anni.  Malik  Bendjelloul, il regista svedese, omaggia con un approccio formalmente epigonale eppure estremamente soggettivo lo slancio d'amore di due fans sudafricani che fanno di tutto per scoprire la verità sulla vita e la misteriosa morte ("la più assurda del mondo del rock & roll") del cantautore meno conosciuto e più sottovalutato degli anni settanta che, per un gioco di casuali necessità, diventa a posteriori l'eroe e il mito di un'intera generazione in cerca di emancipazione, in un'area come il sud del continente africano, in cui emancipazione significa galera.
La storia di Sixto Rodriguez affascina perché implausibile; la sua musica è realmente potente, potenzialmente immortale; le sue ballate profonde e dolorose incantano per la forza espressiva e la sensibile scorrevolezza. 
Il film documenta prima la sua assenza, raccontata dall'universo che gli gravitò intorno negli anni settanta a Detroit, quando cercò invano di sfondare come rocker, presentando un contorno di personaggi e intrecci talmente improbabili (l'intervista a Clarence Avant - fondatore della celebre Motown Records- è così iperbolica da sembrare recitata; il vecchio attore di Hollywood completamente sfatto e con il parrucchino che scoppia a piangere ascoltando la bellissima "Cold Fact" di Rodriguez) da far sorgere più volte il dubbio di assistere in realtà ad un mockumentary. Quando poi, nella seconda parte, l'alone di mistero viene svelato e i nodi tornano al pettine, il tutto sembra ancora più irreale, assurdo, con la figura di questo dolente e dimenticato Bruce Springsteen ante-litteram, che appare come una sorta di moderno Socrate, incarnazione di un'idea di Storia made in U.S.A.
Al di là della potenza del racconto, e della poetica del personaggio, 
la forza del film sta nel descrivere con un linguaggio rigorosamente documentaristico una storia "vera" presentando un film che ha nella sua ragion d'essere l'evidenza che il documentario non è un documento, ma una rappresentazione come qualsiasi altro lavoro su schermo. Forma e contenuto, così rigorosi eppure sempre ambigui, sembrano dare ragione alla critica di una concezione del segno come relazione di corrispondenza naturale tra significato e significante tanto cara ad un Barthes, arrivando a quella assenza di forma tipica dello stile documentaristico che invece di chiarirne il significato lo disperde.
Il regista svedese con questo film pare volerci ripetere che il documentario non è meno irreale della fiction (non a caso il pragmatismo anglosassone cataloga questo genere più correttamente come nonfiction) perché, una volta che si filtra la realtà con una m.d.p. ciò che conta è solo la verosimiglianza. 
E se un Morin, prendeva l'abbaglio che il Cinéma Vérité ("un cinema di autenticità totale") deve contenere la forza realistica del documentario con il contenuto di una soggettività romanzesca, Bendjelloul, sapendo che il modo migliore di avvertire una presenza numinosa è raccontarla come una assenza, pare dare ragione a Malraux quando scriveva che la forza del cinema non sta tanto nella sua capacità di imitare la realtà, quanto piuttosto quella di "interpretare con estrema potenza il mondo irreale, un mondo che di giorno in giorno sembra sempre più assomigliare alla realtà, ma al quale la realtà non assomiglia affatto".


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