martedì 17 settembre 2013

scritto da giulietto della chiesa



The Conspiracy di Cristopher MacBride (Canada - 2012)

moralismi a parte.. il nulla.



Jagten di Thomas Vinterberg (Danimarca - 2012)

Il solito Vinterberg, provocatorio e moralista nel suo voler uccidere la morale; ma la morale non si uccide così, mostrandone le iperbole e i suoi estremi. La morale trova nelle cause la sua debolezza, non negli effetti di cui tutti siamo, in un modo o nell'altro, prigionieri. Il cinema di Vinterberg è tanto ben fatto quanto inutile.

una nuova strada per perdersi



Shi yue wei cheng di Teddy Chan (Hong Kong - 2009)

Non conoscevo il regista Teddy Chan, ma dopo questo film la voglia di approfondirne l'opera non manca, e da un'occhiata veloce ai suoi film pare ne valga la pena. Quello che impressiona in questo Bodyguards and Assassins, è l'assoluta volontà di omaggiare un cinema classico in un progetto che avrebbe avuto l'opportunità di essere il solito Gongfupian dall'estetica pirotecnica e dai contenuti semplicistici. Chan prende un'altra strada invece. Sa che non può competere a livello di film di genere con quello che il genio di Panna Rittikrai e la professionalità di Prachya Pinkaew hanno dato al Gongfupian, perché Hong Kong è diventata una piccola Hollywood e in quanto tale non investe più sugli stunts, ma tutto è deciso dalle major locali: post produzione ed effetti speciali invece di corpi; ovvero l'oggetto per cui il cinema è nato. Il bello e commuovente film di Chan fa un inchino a quello che hanno saputo fare in Thailandia quei pazzoidi geni della Sahamongkol Film International nel Gongfupian degli ultimi dieci anni, lezione che trova nuove e innovative sinergie con il lavoro che sta facendo Gareth Evans in indonesia con l'eccezionale "Serbuan maut".  
Bodyguards and Assassins rinuncia a tutto questo, rinuncia ai corpi in quanto tali e prova a narrare e raccontare, come farebbe un rapsode, di eroi e di epica che incontra l'etica, la virtù, non meno di una novella Iliade. Il film è un film di non-corpi, di personaggi, e la scelta di Chan è di non tornare al cinema delle origini come hanno fatto i thailandesi ma, riconoscendone la lunga e tortuosa strada, preferisce rifarsi ai classici. C'è più John Ford e Akira Kurosawa in questo film che in tutto il cinema di un regista considerato classico come il grande Clint Eastwood... 

manca la merda



I Spit on Your Grave 2 di Steven R. Monroe (USA - 2013)

La geniale idea degli sceneggiatori ( già firmatari di robe del livello del soggetto di Saw IV -!!!- e Troglodyte -!!!!!!!!) è di iniettare il rape & revenge dell'originale con il porn-torture alla Hostel.
Il regista Steven R. Monroe (regista anche del primo remake), ci va a nozze e non si preclude nulla, tra le solite evirazioni (già nell'originale), torture, pissing e qualche bella trovata ( il nerd crocefisso e lasciato morire dall'infezione che lo sta deformando). Il fatto che un film che abbia la sua unica ragion d'essere nel dovere e volere alzare l'asticella del mostrabile nel cinema horror, mi fa pensare all'unico elemento che è mancato in questa allegra festa della merda, che non è altro se non la merda stessa, che sembra ancora essere uno dei pochi tabù del cinema americano. Con buona pace di un precursore come John Waters. Essì che le occasioni non sarebbero mancate, come nella pur disgustosa
 scena dell'annegamento nel wc pieno sì di merda, ma rappresentata come una massa informe e marroncina, quindi non-rappresentata sostanzialmente.
In ogni caso, quasi per miracolo, il film di per sé funziona, soprattutto nella seconda parte quando la protagonista entra in una nuova dimensione, muovendosi in un ade dai toni freddi, contraltare dello spirito di quella Katie "calda" vittima della prima parte. In fondo il valore del film sta tutto qui, nella protagonista Jemma Dallender che, oltre essere gnocca, dimostra anche una impeccabile generosità nel fare del suo corpo un vero e proprio sacro altare del disonore, non precludendo praticamente nulla all'abuso dei suoi aguzzini e allo schifato ludibrio degli spettatori. Che sia nata una Scream Queen? 

domenica 8 settembre 2013

C'era una volta Men In Black




R.I.P.D. di Robert Schwentke (USA - 2013)

Dall'omonimo fumetto della Dark Horse Comics il mediocre regista dei sopravvalutati "Red" e "The Time Traveler's Wife" realizza un altrettanto mediocre buddy-movies di genere fantastico scopiazzato da "Men In Black" ma con una cgi peggiore e una coppia di protagonisti, formata da un divertente ma parodistico Jeff Bridges e uno scialbo e statico Ryan Reynolds, che non brilla certo per affiatamento. Gli sceneggiatori Matt Manfredi e Phil Hay sono specializzati in film d'azione di genere fantastico scritti male, e anche in questo caso non si smentiscono, confermando un certo andazzo della Hollywood degli ultimi anni, a cui non interessa nemmeno investire con idee e maestranze di qualità per progetti che comunque il loro incasso lo porteranno a casa, preferendo spendere il budget a disposizione con il nome degli attori da mettere in cartellone e una massiccia campagna di lancio.  

Libertà al crepuscolo




L'ora blu di Stefano Cattini (Italia - 2012)

L'ora blu è un termine dalla doppia valenza, poetica e tecnica, che sta a indicare il tempo del crepuscolo, quando il sole è immerso al di sotto dell'orizzonte. Ritroviamo questa doppia significanza nella storia degli ottantenni Ilario e Irma che vivono con la sola compagnia dei propri animali, immersi nell'arida e fitta natura della maremma grossetana. I due passano giornate scandite dalla lentezza dei propri gesti, una lentezza che si dimostra forza implacabile nella costante ricerca del superamento dei conflitti del loro rapporto, del loro rapporto con la natura, del loro rapporto con gli animali e in quelli con gli altri abitanti della maremma, presenze invisibili ma sensibili assenze, nell'intento di costruire una impossibile yurta su di un albero per Irma, e un inabitato piccolo villaggio nel bosco  per Ilario.
Detta così sembra in tutto e per tutto un film di finzione ma, al di là del fascino suscitato da questi pittoreschi personaggi - l'accondiscendente Ilario, dall'animo poetico, e la brusca e risoluta Irma, innamorata dei cavalli e del cavalcare nella natura - il motivo di interesse  qui sta nell'approccio metodico del regista Stefano Cattini che, dopo aver passato alcuni giorni con i due anziani protagonisti nel loro "villaggio", prendendo molti appunti e facendo qualche ripresa, decide quale deve essere il centro del suo racconto, la forma e il contenuto della sua narrazione, ottenendo così da un girato relativamente breve (dodici ore per un documentario sono sicuramente poche), un film non-fiction, evidenziato anche dal sottotitolo "Un racconto non-fiction sull'amore",  che ha tutto per essere un classico documentario ma che il potere oggettivante della m.d.p.  ci restituisce in forma di soggettiva rappresentazione, tipica dei film di finzione.
E' infatti questo un film d'amore. L'amore dei due protagonisti, spesso intenti a punzecchiarsi ma sempre insieme nel superare la stanchezza e le difficoltà di una vita al crepuscolo, crepuscolo ben  rappresentato dalla fotografia che indugia tra i contrasti che "l'ora blu" crea tra il cielo e la natura maremmana. L'amore per i propri animali, veri e propri compagni di vita. L'amore per le piccole grandi imprese che i due affrontano stanchi ma indefessi. Infine un amore per la natura che non ha niente di romantico - spesso troviamo i due lamentarsi del freddo o degli insetti o dei sentieri impraticabili - ma che per questa coppia di anziani esseri umani rappresenta solo una cosa da voler godere al crepuscolo della propria vita: la libertà.



sabato 7 settembre 2013

e fanno pure il seguito...




The Strangers di Bryan Bertino (USA - 2008)

Questo film conferma una certa tendenza dell'horror americano, fatto da prodotti girati piuttosto bene da giovani filmmakers  tecnicamente preparatissimi quanto grammaticalmente impreparati, che realizzano prodotti la cui visione trasmette quel nulla che il regista (nolente o volente) restituisce allo spettatore. Sono film questi che non hanno un vero genere essendo niente altro che un affastellare di sequenze e situazioni già viste e riviste in altri mille film tra loro eterogenei; ma rigirarli meglio non basta per farne un film. Questo The Strangers ne è l'emblema, ma i produttori, non contenti, stanno preparando pure un sequel: provaci ancora Brentino.